Visto che non ne posso più di parlare di politica e non voglio annoiare nessuno analizzando “Delitto e castigo” (l’ha già fatto, molto meglio di come lo farei io, Pasolini), quest’oggi mi occupo di musica. L’occasione è delle migliori: è in uscita infatti il nuovo disco dei Sun Kil Moon, non a caso intitolato “April”. Se il nome non vi dice nulla, ci sono due alternative: o vi dico Red House Painters e capite tutto, oppure vi rinvio al post che ho intenzione di scrivere a breve per narrare vita e opere (soprattutto opere) di Mark Kozelek, leader di entrambi i gruppi che ho citato.
Adesso concentriamoci sul disco: “April” è il terzo album dei Sun Kil Moon, ed esce cinque anni dopo lo splendido esordio “Ghosts of the Great Highway” e tre dopo l’ep “Tiny Cities”, composto esclusivamente da riletture acustiche di canzoni dei Modest Mouse. Vi si respira un’atmosfera lievemente più rilassata di quella di “Ghosts of the Great Highway”, anche se la formula resta grossomodo la stessa: deliziosi quadretti acustici alternati a lunghi pezzi elettrici dal notevole spessore drammatico, con Nick Drake e Neil Young come principali fonti d’ispirazione (a mio parere, in “April” prevale l’influenza del secondo). Come spesso capita quando si ha a che fare con Kozelek, il disco è piuttosto lungo: undici pezzi per un totale di circa 73 minuti di musica, con diverse canzoni vicine ai dieci minuti di durata.
Apre il disco una delle canzoni migliori del lotto, “Lost Verses”: chitarra acustica e voce in bella evidenza a tratteggiare una melodia cristallina, con la batteria e gli archi sullo sfondo e l’elettrica che si occupa degli abbellimenti, per poi prendere il sopravvento negli ultimi due minuti, interamente strumentali. In tutto quasi dieci minuti in puro stile Kozelek. Un’altra canzone del disco parla la stessa lingua, ed è “Tonight in Bilbao”, non a caso posizionata verso la fine dell’album. Non mancano in “April” neppure quei pezzi minimalisti per sola voce e chitarra acustica ai quali Kozelek ci ha abituato sin dai tempi dei Red House Painters: a questa categoria appartengono senz’altro “Lucky Man” (niente a che vedere con l’omonimo successo di Emerson, Lake & Palmer), a mio avviso la migliore del disco nel suo genere, forte di un arpeggio davvero bello ed emozionante, “Harper Road”, leggermente inferiore e tutto sommato non memorabile, e la conclusiva “Blue Orchids”. In questi pezzi è facile cogliere l’influenza di Nick Drake (penso in particolare a “Pink Moon”), ma almeno per quanto riguarda “Blue Orchids” è possibile tirare in ballo un altro mostro sacro: mi riferisco a Bob Dylan, il quale abitualmente chiude i suoi dischi con una canzone che racchiude in sè il significato dell’intero album e serve a rimettere in valigia i sentimenti prima di tornare a casa, se così si può dire; personalmente, “Blue Orchids” mi fa lo stesso effetto di canzoni come “It’s All Over Now, Baby Blue” o “Buckets of Rain”, e non sono convinto che si tratti di un caso.
“April” non è però solo un album di ballate acustiche: c’è per esempio un pezzo, e mi riferisco ad “Heron Blue”, che per quanto acustico non si può catalogare come ballata. Diciamo piuttosto che si tratta di una litania ipnotica, anche se a tratti scostante, sicuramente il pezzo più difficile da ascoltare dell’intero album: si tratta di una novità nel panorama della produzione dei Sun Kil Moon, ma i ripetuti ascolti finiscono per dar ragione della bontà dell’intuizione di Kozelek. Insomma, un esperimento riuscito. E ci sono anche i pezzi elettrici: “The Light” si basa su un riff vagamente malinconico e un ritmo rilassato, finendo per risultare uno dei pezzi più gradevoli del disco, sicuramente il meno cupo (del resto non servivo io per dire questo, basta leggersi il titolo della canzone). C’è poi “Like the River”, brano che sarebbe stato benissimo all’interno della colonna sonora di un film come “Pat Garrett & Billy the Kid” (ecco che ritorna Dylan, sarà un caso?) o di uno qualsiasi di quei western crepuscolari di cui Peckinpah era maestro, finora insuperato; “Tonight the Sky”, il pezzo centrale di “April”, è invece una cavalcata di oltre dieci minuti, dal riff pericolosamente somigliante a quello di “Ohio”, l’inno anti-militarista di Neil Young, che non concede un attimo di respiro e si rivela perciò degna erede di “Duk Koo Kim”, la canzone portante di “Ghosts of the Great Highway”.
Infine, ai fan più attenti non sarà sfuggito il fatto che due canzoni di “April” non sono degli inediti a tutti gli effetti: “Unlit Hallway” e “Moorestown” erano già presenti, in versione minimalista voce-chitarra acustica, nel bel live di Kozelek solista “Little Drummer Boy”. Le nuove versioni sono altrettanto belle: “Unlit Hallway” viaggia a ritmi un po’ più lenti rispetto all’esecuzione dal vivo, con la voce e la chitarra accompagnate per l’occasione da un banjo e una batteria leggera, mentre “Moorestown” viene elettrificata e resa ancora più solenne con l’inserimento degli archi (mai debordanti, comunque).
Tirando le somme, non so dire se questo “April” sia superiore o meno a “Ghosts of the Great Highway”: quel che è certo è che non soffre il confronto, e non è cosa da poco, perchè il predecessore è davvero un disco meraviglioso. Quindi godiamocelo, e speriamo che l’ispirazione di Kozelek resti sempre a questi livelli, perchè artisti come lui sono preziosi, in tempi di chitarre iper-distorte ed elettronica non sempre utilizzata con gusto. Buon ascolto.
Tracklist
1. Lost Verses
2. The Light
3. Lucky Man
4. Unlit Hallway
5. Heron Blue
6. Moorestown
7. Harper Road
8. Tonight the Sky
9. Like the River
10. Tonight in Bilbao
11. Blue Orchids
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