Di asini e di muli

By andreamari

Degli asini preferirei tacere, per carità cristiana (e non credo nemmeno in Dio): vi lascio con questo video, poi passiamo ai muli, decisamente più interessanti e di maggior valore artistico.

Ingoiate queste belle notizie, facciamo due chiacchiere sui Gov’t Mule, che in America sono un gruppo di culto e possono vantare collaborazioni eccellenti con musicisti di estrazione diversissima (funky, soul, blues e persino jazz), ma qui in Italia sono pressochè sconosciuti (anche se chi scrive ha avuto la fortuna di vederli dal vivo al Pistoia Blues un paio di anni fa). Ma chi sono i Gov’t Mule? Breve riassunto per chi non li ha mai sentiti nominare: i muli nascono nel 1994, quando Warren Haynes, cantante, chitarrista e autore di prim’ordine, e il bassista Allen Woody (non è uno scherzo!), membri della Allman Brothers Band, suonano con il batterista Matt Abts dopo un concerto. Presi dall’entusiasmo, decidono di unire le forze e meno di un anno dopo pubblicano il primo album: “Gov’t Mule”, che presenta in copertina un mulo avvolto nella bandiera americana, è un disco essenziale, registrato praticamente dal vivo in analogico, come i dischi degli anni ‘70. I riferimenti immediati sono i Cream, Jimi Hendrix e i Free (proprio in questo disco c’è una bella cover di “Mr. Big”) e i primi classici del gruppo ci sono già tutti: da “Rocking Horse” a “Temporary Saint”, da “Mule” (ancora oggi uno dei brani più richiesti in concerto) fino a “Trane”, lungo strumentale di ispirazione jazzistica (Trane era il soprannome di John Coltrane) che dal vivo servirà come veicolo per lunghe ed ispirate improvvisazione e che non può non ricordare la “Mountain Jam” degli Allman Brothers.

Ma più dello studio è il palco l’habitat naturale dei muli: infatti ad un anno appena dal disco d’esordio ecco uscire “Live at the Roseland Ballroom”, resoconto integrale del concerto di Capodanno 1995/96, in cui i Gov’t Mule divisero il palco con i Blues Traveler (il cui leader John Popper aveva suonato l’armonica in “Mule”). Il disco dal vivo è utile per capire come suonavano in concerto i primi Gov’t Mule: lunghe jam dal sapore ora psichedelico ora jazzistico (c’è una versione di “Trane” che dura 16 minuti contro i 7 dell’album in studio, e c’è anche “Kind of Bird”, altro strumentale proveniente dal repertorio della Allman Brothers Band), rivisitazioni di vecchi classici fatte con gran gusto (la cover di “Don’t Step on the Grass, Sam” degli Steppenwolf) e grandi riproposizioni degli originali del primo disco (“Temporary Saint”, “Painted Silver Light” e “Mule”, che comprende anche una citazione di “Who Do You Love”).

Il terzo disco, secondo in studio, si intitola “Dose”: musicalmente è più complesso e curato dell’esordio, anche se come in quel caso la registrazione è effettuata prevalentemente in presa diretta. Al rock blues del primo disco si aggiungono nuovi ingredienti: c’è una piccola dose di funky (lo strumentale “Thelonious Beck”), c’è qualche sfuriata hard rock (l’iniziale “Blindman in the Dark” e “Game Face”), c’è perfino una cover dei Beatles (“She Said, She Said”, carina ma non indimenticabile). Il grosso del lavoro è comunque nel classico stile Gov’t Mule, e il disco contiene diversi classici del gruppo, come “Thorazine Shuffle”, uno dei brani più adatti alla dimensione live, il traditional “John the Revelator” e le ballate “Towering Fool” (molto bluesy) e “I Shall Return”, che chiude l’album.

Come si è già detto, è però dal vivo che i muli si esprimono al meglio: è la notte di Capodanno del 1999 e i Gov’t Mule, aiutati nell’occasione da diversi e prestigiosi ospiti (i chitarristi Derek Trucks, Marc Ford e Jimmy Herring, i tastieristi Bernie Worrell e Chuck Leavell, il percussionista Yonrico Scott e il sassofonista Randall Bramblett), suonano per quattro ore al Roxy di Atlanta, registrando tutto. Il risultato è “Live…with a Little Help from our Friends”, a tutt’oggi il miglior disco dei Gov’t Mule e probabilmente il più bel live degli anni ‘90, l’unico a reggere il confronto con classici come “Live/Dead” dei Grateful Dead e “At Fillmore East” della Allman Brothers Band. Il repertorio comprende originali (“Thorazine Shuffle”, “Mule” e alcuni brani inediti come “Wandering Child” e “No Need to Suffer”) e cover eseguite con originalità e maestria (“Sad and Deep as You” di Dave Mason, forse il punto più alto del concerto, “Cortez the Killer” di Neil Young, “Spanish Moon dei Little Feat e i 29 minuti conclusivi di “Afro-Blue”, solo per citare i brani migliori). Un concerto indimenticabile: del disco che ne è stato ricavato esistono sia una versione in doppio CD (più facilmente reperibile) a cui è stato in seguito aggiunto il volume due su CD singolo, sia la versione integrale (consigliata) in un bellissimo cofanetto di quattro CD.

Dopo la meritata celebrazione della loro bravura concertistica, i Gov’t Mule danno alle stampe il terzo album in studio: “Life Before Insanity” è forse il disco più difficile di tutta la loro carriera, con soluzione sonore atipiche, spesso ai limiti dell’hard rock, e un’atmosfera generale molto malinconica (è l’album dei muli con la più alta concentrazione di ballate, tutte piuttosto belle). I pezzi migliori sono però due rock blues: “Bad Little Doggie” e la cover di Robert Johnson “If I Had Possession Over Judgement Day”, quest’ultima presente come traccia nascosta. Poi la storia del gruppo subisce una svolta inattesa e tragica quando, nell’agosto del 2000, Allen Woody viene trovato morto nella sua camera d’albergo, probabilmente a causa di un infarto. Rimasti in due Haynes e Abts decidono allora di produrre due dischi, intitolati “The Deep End vol.1 & 2″ (oggi riuniti in un’unica confezione con l’aggiunta di un terzo CD di rarità, “Hidden Treasures”), in cui in ogni canzone suona un bassista diverso. I migliori bassisti del mondo partecipano all’operazione: nel disco troviamo infatti gente come Flea, Jack Bruce, Jack Casady, Les Claypool ed altri ancora, oltre a numerosi altri ospiti (uno su tutti, il chitarrista jazz John Scofield, presente nello strumentale “Sco-Mule”). Il risultato, pur frammentario, è eccellente e a conti fatti “The Deep End” si può considerare il disco più rock blues della carriera dei muli assieme all’omonimo esordio.

Il progetto “Deep End” si conclude nel 2003 con cinque ore e passa di concerto al Saeger Theatre di New Orleans: sono presenti quasi tutti i partecipanti al disco in studio e altri ospiti vengono ad arricchire il parterre. Il risultato, ancora una volta splendido e di gran gusto, si può ascoltare in due CD e un DVD intitolati “The Deepest End”: per chi vuole avvicinarsi alla musica di Haynes e soci, questo è forse il punto di partenza ideale. Inutile soffermarsi su un singolo brano, ce ne sono troppi e troppo belli, l’unica soluzione è ascoltare il disco e goderselo fino in fondo.

Sistemata la formazione con il tastierista Danny Louis e il nuovo bassista Andy Hess, l’attività dei Gov’t Mule prosegue con una certa regolarità: nel 2004 è uscito “Deja Voodoo”, seguito due anni dopo da “High and Mighty”. Ancora una volta siamo di fronte a due ottimi lavori, ben scritti e suonati in modo eccellente, anche se Haynes comincia a sembrare fossilizzato su stilemi ormai fissi: certo, finchè l’ispirazione lo sosterrà, non ha di che preoccuparsi, ma forse occorrerebbe cercare nuove soluzioni sonore (gli accenni reggae in “High and Mighty” e il successivo disco di remix “Mighty High”, peraltro piuttosto bruttino, possono essere un primo passo in tal senso). La differenza tra gli ultimi due album in studio e i primi quattro è sostanzialmente questa: laddove prima c’era un’evoluzione costante del suono del gruppo, ora i muli sembrano essersi accontentati dei traguardi raggiunti, come se non volessero rischiare di sperimentare, proprio ora che potrebbero permetterselo più di prima. Comunque sia, finchè si mantengono a questi livelli, lunga vita ai Gov’t Mule, e a chi fosse incuriosito da questo post e volesse conoscerli non posso che augurare buon ascolto.

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